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FENOGLIO E LE LANGHE

In un'epoca in cui non si parlava ancora di villeggiature al mare o ai monti, prerogativa di pochissimi privilegiati, si ricercava in luoghi vicini a casa i momenti del riposo e dello svago: il Tanaro, lussureggiante e bellissimo fiume, amatissimo da Fenoglio Johnny amava il fiume, che l'aveva cresciuto, con le colline»), dove si andava a pescare, a bagnarsi e a prendere il sole, un mare casalingo a portata di mano.

Ma per Beppe ci fu, non molto lontano da Alba, un paesaggio che divenne il fantastico scenario delle sue vacanze: i paesi dell'alta Langa di
Murazzano, S. Benedetto Belbo e Bossolasco da dove provenivano i parenti paterni. Ciò è anche testimoniato dal fratello Walter: «Devo dire che io amavo più la città che i paesi delle Langhe, Beppe invece ne era addirittura innamorato. E non è che ci stesse molto, soprattutto nei primi anni. Si andava lassù a fare le ferie perchè a casa facevano già fatica a mantenerci agli studi e non potevano certo mandarci al mare come era per alcuni nostri amici. Ma io credo che le Langhe siano state anche per lui, sia pure in modo diverso da Pavese, legate allo scrivere come motivi di narrazione letteraria».

In questo paesaggio selvaggio di
boschi, prati e casolari sperduti dove batte sempre il vento e in giornate eccezionalmente limpide si scorge il mare, si consolida il gusto per la solitudine e l'isolamento riflessivo del ragazzo. Le rive del Belbo, i sentieri dei boschi, i prati fioriti sono i luoghi delle scoperte, delle avventure e dei giochi solitari. Ma un aspetto di questa terra colpì quel ragazzo così attento alla vita: la povertà, l'indigenza, la mancanza di risorse adeguate per condurre una vita dignitosa.

Da qui ha origine quel senso di tristezza e malinconia che avvolge questi paesi: «San Benedetto, il paese più triste di questa terra. Vi ho trascorso le vacanze della mia adolescenza. La tristezza vi cola da ogni parte con la nebbia, con la pioggia interminabile delle Langhe. La sua gente sta già preparandosi alla solitudine dell'inverno». Il senso della malora che perseguita i contadini nasce da queste prime vacanze a contatto con la gente di cui orecchia i discorsi. Ma su queste colline ventose arriva anche l'ora della nostalgia per la casa e la città: «Si avvicinava l'ora della corriera di Alba [...] e, a meno che mi trovassi distante nei boschi, non ne perdevo mai un passaggio, perchè a quell'ora sotto vespro avevo sempre una dolorosa voglia di Alba». (Un giorno di fuoco).

Le colline dell'alta Langa saranno un punto fermo cui Fenoglio ritornerà sempre. Finita la stagione delle vacanze adolescenziali le percorrerà da partigiano con la guerra intorno che sconvolge tutto. Di nuovo verrà la pace, ma ancora Fenoglio ci ritornerà per le sue vacanze di uomo adulto, fino agli ultimi mesi, nel tentativo di sconfiggere, con l'aría buona di quassù, la malattia. Inoltre qui troverà un vivaio prezioso di spunti e temi a cui diede consistenza e dignità letteraria.

Ancor oggi camminando su queste creste ci si sente liberi, si respira meglio, ci si trova nella propria dimensione umana. Con questi sentimenti Fenoglio si legò ad un
paesaggio di grande fascino che si venne sempre meglio precisando come sua esatta ed intima geografia letteraria.

Il legame affettivo di Fenoglio con le Langhe accomuna lo scrittore ed i suoi personaggi. Nei racconti di ambiente contadino, elaborati attraverso i ricordi dell’infanzia e le conversazioni con parenti ed amici, emerge un rapporto “forte” con la terra, destinato a resistere all’alternarsi delle vivende umane. Ne La malora, le Langhe “crude”, terra della sofferenza e dello sfruttamento di Agostino, divengono il sogno della rinascita e della speranza, quando il ragazzo, alla fine del romanzo, ritorna a casa: «Le prime mattine, avevo un bel chiodo, la prima cosa che facevo da alzato era guardare dalla finestra se la mia terra c’era ancora, se nella notte una frana non me l’avesse mangiata».

Fenoglio coglie, senza effetti sentimentali, la situazione economica, il destino ed il fatalismo di una
società contadina chiusa in una morsa irrazionale. L’incalzare delle necessità materiali e la fatica non giustamente remunerata sembrano aver spento in molti personaggi qualsiasi sentimento o desiderio di vivere. Le donne sono sfruttate fino all’esaurimento di ogni energia: esse consumano la loro esistenza nel lavoro, fra la preghiera ed il pianto, senza attendere compenso o comprensione.


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