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FENOGLIO E LA STORIA

La scelta antifascista di Beppe Fenoglio risale all’adolescenza dello scrittore, ma assume un fondamento teorico negli anni del liceo, attraverso le conversazioni con i maestri Leonardo Cocito e Pietro Chiodi. Fenoglio diede l'esame di maturità il 10 giugno 1940, lo stesso giorno dell'entrata in guerra dell'Italia.

Dopo i due anni trascorsi studiando all’uníversità, nel 1943 e frequentando il corso per allievi ufficiali a Ceva, viene inviato a Roma, dove l’8 settembre, in seguito all’annuncio dell’armistizio con gli alleati, assiste al crollo dell’organizzazione dell’esercito italiano ed al suo sbandamento, tutti avvenimenti che Fenoglio registra con sferzante sarcasmo in "Primavera di bellezza": «La divisa li fasciò come una tenuta di vergogna e di morte, i fucili che ancora impugnavano non li sentivano più onorevoli armi nazionali ma individuali arnesi da caccia o bandítísmo». Il 9 settembre, il re ed il maresciallo Badoglio, abbandonano Roma e la città è circondata immediatamente dalle divisioni tedesche. Fenoglio riesce a ritornare in Piemonte e, per qualche tempo, si rifugia in famiglia, ad Alba.

Negli anni cruciali 1943-1945, Beppe Fenoglio aveva dunque vissuto la stessa esperienza toccata a migliaia di altri giovani dell'Albese che, più fortunati dei coetanei della divisione "Cuneense" dispersa in Russía, si erano ritrovati a casa nell'autunno 1943 decisi a non rispondere alle chiamate della repubblica sociale di Salò e inevitabilmente calamitati dalle formazioni partigiane, che gradualmente si organizzarono sino a divenire operative nei primi mesi del '44 e ad ingrossare le loro file, pur nella articolazione in reparti «garibaldini", "badogliani" e di "Giustizia e Libertà" e con una formazione "Matteotti”.

I due anni della guerra partigiana costituirono per Fenoglio l'esperienza centrale della sua vita, l'avventura esistenziale che segnò in modo indelebile la sua giovinezza. Partecipa alla battaglia di Alba, conquistata il 10 ottobre ’44 dai partigiani, e persa il 2 novembre dello stesso anno. In seguito al proclama del generale britannico Alexander, che è di fatto un invito alla smobilitazione, i combattenti antifascisti si disperdono: lo scrittore si rifugia nella Cascina della Langa e trascorre solo il lungo inverno.

Nel febbraio del ’45, i partigiani riprendono l’azione militare: Fenoglio raggiunge di nuovo lo schieramento degli Autonomi e partecipa alla battaglia di Valdivilla. Successivamente, lo scrittore svolge le mansioni di ufficiale di collegamento con gli Alleati, nel Monferrato, nel Vercellese e nella Lomellina. Il 19 aprile 1945, combatte a Montemagno. Alla fine di aprile, le truppe tedesche del fronte italiano si arrendono. Passata l'euforia dei giorni della liberazione, bisogna pensare alla ricostruzione di ciò che la guerra ha distrutto.

Sono anni difficili in cui i contrasti tra i diversi schieramenti politici, momentaneamente accantonati per l'urgenza della lotta antifascista, riemergono in tutta la loro ampiezza, acuiti da una generale crisi dell'economia. Anche ad Alba la situazione non è facile e i Fenoglío, come tante altre famiglie, si trovano alle prese con molti problemi: la macelleria, rimasta chiusa per lungo tempo, viene riaperta dopo la liberazione, ma con scarsità di vendite in un momento in cui la carne è un genere che circola molto poco. Non è certo la situazione ottimale per continuare gli studi e così Beppe, a differenza del fratello Walter, decide di abbandonare definitivamente l'università rinunciando al progetto di diventare professore d'inglese. Tale decisione fu all'origine di aspri contrasti con la madre che vedeva compromessa per il figlio la possibilità di accedere ad un lavoro che costituisse, anche per la famiglia, una promozione sociale e un risarcimento dei sacrifici affrontati.

Da allora il termine di paragone positivo divenne il fratello Walter che, terminati regolarmente gli studi, intraprese la carriera di dirigente Fiat. I problemi politici relativi al nuovo assetto dell'Italia democratica, gli interessano di meno, anche se la fallimentare condotta del Re non scalfì la sua fede monarchica a cui confermò la fiducia, come del resto la maggioranza dei suoi concittadini, nel referendum istituzionale del 2 giugno 1946.

Secondo Italo Calvino, in "Una questione privata" «c’è la Resistenza proprio com’era, […] vera come mai era stata scritta, […] e con tutti i valori morali». Lo scrittore, pur ponendo l’accento sull’intima corrispondenza fra gli avvenimenti storici e la passione esasperatamente individualistica che permea di sé il romanzo, non esita a definire Fenoglio uno degli autori più autentici della Resistenza. Eppure, alcuni critici, soprattutto dopo la pubblicazione del primo libro di Beppe Fenoglio, ("I ventitre giorni della città di Alba"), non colgono, nell’opera, la peculiare sintesi poetica dell’esperienza esistenziale e degli ideali storico–politici.

Il tema di fondo è la morte: la morte violenta, fulminea, capricciosa, che giunge improvvisa senza farsi annunziare, ma che sempre eguaglia fascisti e partigiani, tedeschi e italiani, combattenti armati sino ai denti e inermi contadini. Nell'universo della guerriglia diventa naturale la morte più innaturale, la morte per mano altrui, ovvero l'assassinio calcolato premeditato e talora persino pregustato. In quanto naturale, questa morte è anche quasi sempre illacrimata.

La Resistenza rappresenta per l'individuo l'incontro con la storia, la prova e la scommessa di sè di fronte al movimento e all'urto di forze grandiose, con la propria personale dignità da mettere in gioco , per certificarne la tenuta nel fuoco degli avvenimenti. La decisione di partecipare alla lotta partigiana ha un significato morale e definitivo. Anche se i compagni di battaglia sono, a volte, ragazzi deboli e spaventati, sono gli amici con i quali si trema e si soffre, la Resistenza è, per Fenoglio, un’esperienza “assoluta”, che trascende il tempo.

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