FENOGLIO E L’INGLESE
La passione che Fenoglio matura, per la lingua
e la letteratura inglese, risale ai tempi del liceo. Proprio qui
ebbe la fortuna di trovare degli insegnanti che furono veri maestri
e lo aiutarono nel faticoso processo di auto-costruzione della
personalità.
Fu la professoressa Maria Lucia Marchiaro che, nel secondo anno
di ginnasio, lo introdusse “to England and things english” con
la complicità di una discreta biblioteca di testi inglesi, tradotti
e in lingua originale. La motivazione principale che scaturì la
sua così profonda passione fu che l’arte e la letteratura anglosassone
furono il primo concreto strumento che la scuola gli offriva per
andare oltre, per evadere dalla grettezza dell’ambiente provinciale,
per contrapporre il suo mondo ideale, etico ed estetico insieme
allo squallore della realtà circostante.
Per Fenoglio tradurre voleva dire cercarsi delle affinità elettive
fuori d’Italia, alla ricerca di una lingua che lo confortasse
nel superamento di quella di uso corrente nel contemporaneo panorama
letterario italiano. Era anche un segno di distinzione da un ambiente
provinciale sentito come opprimente attraverso un universo fantastico
di sogni letterari accuratamente coltivato e gelosamente custodito
con l’Inghilterra come modello per un’idea dell’Italia.
«Io non batterei l’Italia con nessun altro paese al mondo,
sia pure l’Inghilterra. Ma tu dovresti comprendere facilmente
la mia posizione: l’anglofilia, anglomania se vuoi, come espressione
del mio desiderio, della mia esigenza di un’Italia diversa, migliore»
("Primavera di bellezza", prima redazione).
Fenoglio, come Pavese, tradusse per tutta la vita, offrendo la
sua opera (senza risultato), all’Einaudi come risulta da una lettera
a Calvino dell’8 settembre 1951: «traduco tutto indifferentemente
ma hi una spiccata preferenza per il teatro e la poesia».
Partendo dal seicento inglese (Snakespeare, Marlave, Donne, Milton)
tradusse da Chaucer, Coleridge Hopkins e Creeley; tre opere tradotte
di storia del seicento inglese, testimoniano l’interesse non solo
letterario, verso un secolo molto amato.
Fra tanto materiale, Fenoglio pubblicò solamente “La ballata del
vecchio marinaio” di Coleridge. Quest’opera, dal forte accento
visionario andava certamente incontro al confessato desiderio
di Fenoglio di «scrivere un lungo racconto marinaio o più
esattamente oceanico». Infatti, tra gli autori tradotti
non manca Melville, altro grande marinaio-scrittore di un mare
fortemente simbolizzato. Postume, invece, sono state pubblicate
da Einaudi nel 1974 e nel 1982: “La voce nella tempesta”, giovanile
riduzione teatrale del “Wuthering Heights” di Emily Bronte e:
“Il vento nei salici” da “The wind in the willows “ di K. Grahame.
Contro una provincia non amata che si crogiola compiaciuta nei
suoi vizi, Fenoglio indirizzò la sua vena satirica esprimendo
il disagio per una città dominata dal potere del denaro, dall’affarismo
e dal culto dell’apparenza e dove non c’è posto per gli ideali
(riflesso di un’Italia che stava sperimentando il suo boom economico).
Il bersaglio di Fenoglio è la trionfia borghesia locale che ci
viene presentata come un ricco campionario di personaggi, ma di
cui il più rappresentativo è certamente Tazio: «Tazio che evade
l’ imposta di famiglia, Tazio che importa vino senza dazio, edifica
per se su suolo pubblico….». Naturalmente non poteva mancare
il tema erotico, esplorato in tutte le declinazioni consuete al
genere e dove già compare l’amata figura di Fulvia, destinata
ad assumere ben altro rilievo poetico in “Una questione privata”.
Di Fenoglio, ci sono rimasti alcuni testi teatrali (“Serenata
a Bretton Oaks”, “Solitudine”), un progetto di sceneggiatura cinematografica
che richiama il racconto “Ferragosto” di “un giorno di fuoco”
due favole (“La favola del nonno”, “Il bambino che rubò uno scudo”)
scritte per la figlia Margherita e un racconto per ragazzi “Una
crociera agli antipodi”. Era anche consuetudine dello scrittore
di tenere un diario del quale sono rimasti solo pochi brani databili
intorno al 1954, che contengono annotazioni e riflessioni che
ci fanno rimpiangere una mancata continuazione in tale direzione,
soprattutto per l’utilità che hanno i diari di introdurci nel
laboratorio di uno scrittore.
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