BIOGRAFIA
-1922-
Giuseppe
(Beppe) Fenoglio nasce ad Alba
(Cuneo), il 1° marzo, da Amilcare
(classe 1882) e da Margherita Faccenda (classe 1896)
, il cui matrimonio è stato celebrato il 16 dicembre 1920.
La famiglia abita in corso Langhe ad Alba. E’ il primogenito
di tre
figli (di un solo anno maggiore del fratello Walter,
di undici della sorella Marisa). Il padre è originario
di Monforte, sceso in città per cercarvi una sorte meno
avara, vi ha trovato lavoro come garzone di macelleria.
Montale lo definisce, «un mite carnefice: uomo
di animo dolce , portato all'amicizia, lavoratore; solo
tendenzialmente, se non altro per estrazione, un socialista
turatiano, che persevera a non prendere la tessera del
fascio; quanto a religione, un barbèt» (in
albese, uno che se la fa poco coi preti). La madre è di
Canale d'Alba, nell'Oltretanaro. Il governo della famiglia
è tenuto saldamente da lei, donna di educazione cattolica,
intelligente, energica, concreta e ambiziosa per i suoi
figli di una vita migliore. Verso la fine degli anni Venti
Amilcare Fenoglio, si mette in proprio, diventando padrone
di una macelleria nell’antico centro di Alba, a fianco
del Duomo,
in Piazza
Rossetti I. Per qualche tempo i proventi della
macelleria sono discreti, così da permettersi anche l’acquisto
di una Fiat 509, su cui fare, con i bambini brevi
viaggi nel cuneese.
-1928/32-
Frequenta le elementari alla scuola Michele Coppino. E’
affetto da lieve balbuzie che si accentua negli stati
emozionali, si distingue presto come scolaro silenzioso,
riflessivo e di temperamento fantastico appassionato alla
lettura. La madre nonostante le ristrettezze di famiglia,
lo iscrive al Ginnasio
Giuseppe Govone di Alba.
Con lo studio della lingua
inglese, nasce in lui una passione esaltante per
la civiltà e la letteratura anglosassoni, le quali si
rivelano una realtà più degna, fatta di positive certezze,
sul rovescio dei falsificati modelli della propaganda
fascista. Sono di questi anni le prime traduzioni degli
autori
amati, inizio di un esercizio durato fin quasi
alla morte. Nuotatore
spericolato, con il fratello e gli amici esplora
le anse del Tanaro
conosce i segreti delle sue rive.
Alto, asciutto, ha fisico atletico. Gli piace la vita sportiva,
la pallacanestro,
il calcio
e le partite di pallone
elastico. In prima
liceo, ha per professore di filosofia don
Natale Bussi, rettore del seminario diocesano, per l’italiano,
Leonardo
Cocito (impiccato dai tedeschi il 7 Settembre del ’44)
e per la storia, Pietro
Chiodi, studioso di Kierkegaard e di Heidegger (deportato
in Germania, poi partigiano con Cocito), entrambi maestri mai
dimenticati di antifascismo.
Nel 1940 si iscrive alla Facoltà di Lettere dell’Università
di Torino, che frequenta saltuariamente, con scarso interesse
e risultati non brillanti.
-1943-
Nel gennaio è chiamato alle armi e frequenta il corso
di addestramento Allievi Ufficiali, prima a Ceva, poi
a Roma. Con il proclama di Badoglio dell’8 settembre e
lo sfasciarsi dell’esercito regio, risale avventurosamente
al nord e rientra in famiglia. L’anno successivo si unisce
alle prime formazioni
partigiane, entrando in un raggruppamento comunista
della Brigata Garibaldi, comandato dal tenente Rossi e
operante nella zona tra Murazzano
e Mombarcaro.
Vive con disagio il ritorno alla vita normale e con essa
la ripresa degli studi universitari che decide di abbandonare.
Riprende invece, con maggior foga, l’abitudine di appartarsi
a scrivere, in compagnia dell’eterna
sigaretta.
Riempie pagine
e pagine, interi quaderni. Solo di iscrivere gli
importa, disinteressato a tutto il resto, dipendente per
tutto il resto dagli altri. In una famiglia dove i sentimenti
profondi non osano mai tradursi in parola o in gesto,
nascono tra lui e i suoi familiari (escluso il padre),
forti contrasti esacerbati dalle difficoltà economiche.
Più aspri, fino allo scontro aperto, i dissensi con la
madre, che non gli nasconde la delusione per la sua rinuncia
a finire gli studi e la disapprovazione per il suo perder
tempo a scrivere anziché a studiare,
oltre che per il vizio incallito del fumo. «La
laurea me la porteranno a casa, sarà il mio primo libro
pubblicato».
-1947-
Per la sua conoscenza dell’inglese e del francese, è assunto,
come corrispondente con l’estero, in un’azienda vinicola
di Alba. Più tardi ne sarà nominato procuratore. Il suo
modesto impiego gli concede molto tempo per scrivere,
persino in ufficio, quando è libero dai suoi doveri.
-1950-
Conosce di persona Calvino, col quale ha intrattenuto
cordiali rapporti epistolari, destinati a saldarsi in
una duratura amicizia. Insieme a Felice Campanello e Gianni
Toppino dà vita ad un programma di attività culturali
presso il Circolo Sociale, luogo d’incontro della borghesia
albese. Il Circolo e il bar
dell’Hotel Savona, sono i ritrovi abituali, dove
trascorre il tempo conversando, giocando a carte, ping
pong e biliardo con gli amici ( il fotografo Aldo
Agnelli, che ha ritratto più volte Fenoglio, Carlo
Prandi, Ugo
Cerrato, Eugenio
Corsini) con i quali condivide anche la passione
per le partite di calcio e le scampagnate in collina:
mete preferite Niella
Belbo, Feisoglio,
ma soprattutto San
Benedetto.
Nel 1952 escono “I ventitre giorni della città di Alba”
e due anni dopo “La malora”.
-1958-
I suoi rapporti con la casa editrice, sono entrati in
crisi dall’uscita de “La malora”, né aiuta a migliorarli
l’inconciliabilità delle sue ristrettezze finanziarie
con i cronici ritardi nei pagamenti. Nel settembre accusa
condizioni fisiche non buone e si ammala di pleurite.
Nell’aprile del 1959 esce “Primavera di bellezza”. Firma
con Livio Garzanti un contratto che contiene una clausola
di opzione per cinque anni sui suoi inediti. Vince il
Premio Prato. Nell’inverno si sottopone ad un esame medico
generale a Torino e gli viene riscontrata un’affezione
alle coronarie, complicata da “una ormai dannosa asma
bronchiale”.
Il 28 marzo 1960, sposa civilmente Luciana
Bombardi, una giovane conosciuta e amata già nell’immediato
dopoguerra, dalla quale avrà la figlia
Margherita. Per lei scrive due raccontini “La favola
del nonno” e “Il bambino che rubò lo scudo”. Con l’aggravarsi
del male, soffre di spaventose crisi da soffocamento,
viene ricoverato in clinica privata prima a Bra, poi a
Torino e gli viene riconosciuto un cancro ai bronchi.
-1963-
Negli ultimi giorni, comunica con i suoi familiari scrivendo
sui foglietti di un taccuino. In uno di questi, per il
fratello, chiede un «funerale civile, di ultimo
grado, domenica mattina, senza soste, fiori e discorsi».
Il mattino del 17 febbraio entra in coma e muore nella
notte del 18. Viene sepolto nel cimitero
di Alba, con poche parole, dette sulla tomba da
don
Bussi.
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